diciassette sillabeTitolo: Diciassette sillabe
Autore: Hisaye Yamamoto
Casa editrice: Avagliano editore
Anno di uscita: 2008
Pagine: 272
Prezzo: 15 €

[dal sito dell'editore] Ad un haiku, il componimento poetico della tradizione giapponese, bastano diciassette sillabe per descrivere un universo. Per i racconti della Yamamoto è lo stesso: poche pagine di mirabile concisione, un’economia espressiva che gioca col riserbo e il non detto per narrare le storie straordinarie di personaggi comunissimi. Vicende apparentemente tranquille, in cui i protagonisti tengono sotto controllo le emozioni, fino al punto in cui un piccolo dettaglio causa la rottura, e le passioni deflagrano lasciando ferite indelebili. E spesso a narrare le vicende sono i bambini, osservatori impotenti di un mondo di adulti che all’improvviso li sconvolge. I racconti della nippo-americana Yamamoto risuonano del complesso conflitto di culture che ha investito i giapponesi immigrati negli Stati Uniti: come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, nel quale il matrimonio dei coniugi Hayashi fallisce perché la moglie, una donna colta che ha sposato per procura un contadino giapponese solo per trasferirsi in America, una volta giunta nel nuovo paese non riesce più a sottostare alle rigide regole patriarcali della famiglia giapponese. La Yamamoto racconta anche il razzismo strisciante dell’America a partire dagli anni Quaranta, quando dopo Pearl Harbour i giapponesi immigrati erano visti come nemici e confinati in campi di internamento. Storie sospese tra Oriente e Occidente, che parlano di discriminazione, della perdita d’identità e dei difficili percorsi di integrazione in un paese che fatica ad accettarti. Per la prima volta tradotti in italiano, i racconti della Yamamoto rivelano una grande autrice di short stories, accostata dalla critica statunitense a Henry James, Kate Mansfield e Grace Paley.


Uno dei racconti: LE SCARPE CON I TACCHI ALTI. UN RICORDO

Nel bel mezzo della mattinata, il telefono squilla. Sono l'unica in casa. Rispondo. Una voce maschile dice morbidamente: "Pronto, sono Tony".
Io non conosco nessun Tony. Nessun altro in casa ha mai detto di conoscere un Tony. Ma la presentazione è molto affettuosa. Sottintende: "C'è una certa cosa che solo io e te sappiamo". È chiaro che ha digitato il numero sbagliato. Glielo dico: "Deve aver sbagliato numero", e mi preparo ad attaccare non appena sono sicura che abbia capito.
Ma l'uomo risponde che questo è esattamente il numero che voleva chiamare. Per dimostrarlo declama lo pseudonimo con il quale questo appartamento, "à la Garbo", compare nell'elenco, l'indirizzo e il numero di telefono. E un nome originale e sono certa che è improbabile che esista una sola persona al mondo con quel nome. Gli dico semplicemente un frammento di verità, cioè che non c'è una persona con quel nome a questo indirizzo, e mi preparo nuovamente ad attaccare.

Ma l'uomo mi blocca. Se non c'è una persona con quel nome, allora sembra che lui voglia parlare con me, chiunque io sia. Improvvisamente mi sento di malumore, sospettando una trappola nella quale verrò fastidiosamente imprigionata da parole, parole, parole, che mi imploreranno ardentemente di provare un qualche prodotto che non ha eguali in nessun'altra parte del mondo. Non che io non mi renda conto della vita priva di entusiasmo che spesso deve fare un venditore. E mi piace comprare cose. Se avessi i soldi, comprerei qualcosa da ogni venditore che si facesse avanti, dopo avergli permesso di scorrere abilmente o maldestramente (non è importante, in realtà) tutte le parole che è stato addestrato a ripetere. Poi, non solo per l'orgoglio del nuovo acquisto, ma anche per la consapevolezza che per un po' lui si sentirà incoraggiato, il mio umore si solleverebbe leggermente, portato in alto da ali di colomba. Ogni fine settimana, circondata fino alle ginocchia dai miei vari acquisti - il dentifricio Fuller, la ricevuta dell'abbonamento alla rivista che mi farà avere quel corso accelerato di nove settimane che tutte le ragazze vogliono con tutte le loro forze, una dozzina di bianche uova fresche di fattoria a un prezzo più basso della drogheria all'angolo, il primo volume dell'indispensabile Enciclopedia Illustrata di Medicina Casalinga in dodici volumi, le cianfrusaglie mirabolanti per un totale di almeno due dollari infallibili per assicurare un lavoro stabile a una veterana piuttosto giovane -potrei sospirare e sorridere radiosa. Sarebbe bello. Ma non ho i soldi, e il malumore in arrivo è diretto tanto a me che non ho i soldi, quanto all'uomo che probabilmente vuole mettermi in una situazione in cui dovrò farlo sentire un fallito.
"Ed esattamente cos'è che vorrebbe?" chiedo impaziente.
L'uomo mi parla, da uomo a donna. Nel crudo fraseggio del suo bisogno urgente, capisco che la certa cosa a cui alludeva il calore della sua voce è un segreto non del passato ma, con il mio consenso, del prossimo futuro. Lascio cadere la cornetta bruscamente sulla forcella da un'altezza di circa trenta centimetri. Poi esco e raccolgo qualche viola per Margarita, come stavo per fare prima che squillasse il telefono. Margarita è la mia vicina di sette anni. Non ha mai avuto un padre o una madre, solo tia e tio che non hanno il suo stesso sangue. La sua faccia pare cesellata con grande cura nella panna e nel marmo rosato. I suoi morbidi capelli castani le cadono in trecce fino alla vita. E in questi giorni, dal momento che la scuola cattolica è piena e non può prenderla, lei gironzola malinconicamente, con tanto tempo a disposizione per amenità come fare visita alla casa vicina per ammirare i fiori. Le viole che raccolgo per lei, giallo limone, viola scuro, violetto chiaro, marrone screziato, sono state piantate qui l'anno scorso da Wakako e Chester, una giovane coppia di nostri amici che hanno una grande abilità nel comprare all'ingrosso, e questa primavera sono rigogliose da matti, si estendono disordinatamente oltre la loro stretta aiuola e in una fioritura senza fine.
Più tardi, c'è un leggero, timido, toc-toc-toc alla porta. È Margarita, che porta due calle, un paio di garofani e un alto stelo di amarillide con tre luminosi fiori rosso mattone e un bocciolo. Lei sfreccia via dalla veranda, giù per le scale e gira lungo lo steccato frontale coperto di edera prima che possa ringraziarla come si deve. Oh, be'. Porto il suo regalo nel portico sul retro, getto le calle appassite con il bordo marrone, con le quali è piombata da me la settimana scorsa, sciacquo il vaso di vetro blu, lo riempio d'acqua e ci infilo il nuovo mazzo di fiori. Ma ogni volta che le mani sono occupate con questi segni della sopraggiunta primavera e delle visite di Margarita, la mente ricorda cose furtive, poco piacevoli.

© 2008 Avagliano Editore Srl










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